La subacquea pre-moderna.
Tratto dal libro ” L’Aventure sous-marin” di Philippe Diolé, ed. unica, 1953
…Non abbiamo la pretesa di rifare la storia completa dell’immersione, già scritta più volte; vogliamo soprattutto segnalarne le tappe. Eccoci alla fine della prima, quella in cui l’immersione era considerata come un’arte e precipuamente un’arte militare. Ci basterà sottolineare che per tutta quest’epoca i fondi marini non furono ritenuti inaccessibili o spaventosi.
Si può supporre che quegli antichi tuffatori abbiano eguagliato le imprese dei pescatori di perle o di spugne; raggiungevano la profondità di venti metri (eccezionalmente quaranta) aiutandosi con una grossa pietra e facevano sott’acqua soste di due minuti.
Ignoriamo se le tradizioni mediterranee comportassero esercizi respiratori prima dell’entrata in acqua. Forse un giorno verrà alla luce anche un testo in proposito. E’ noto che gli indigeni del Pacifico hanno costume di espirare a fondo e adagio adagio parecchie riprese quando si preparano ad immergersi, e così facendo obbediscono ad una tradizione antichissima. La durata della loro sosta sott’acqua se ne trova accresciuta, chè una parte di anidride carbonica viene eliminata ed il sangue si carica di ossigeno.
Recentemente si è sperimentato sui tuffatori l’effetto dell’ossigeno puro respirato a terra durante pochi secondi: l’immersione può allora raggiungere quindici minuti.
Per tre secoli, dal 1565 al 1837, dall’assedio di Malta allo scafandro di Augusto Siebe, la conquista dell’acqua farà trascurabili progressi. Questo confuso periodo è segnato da imprese realizzate con tini e conche che ricordano i lébèta greci. La parte più pittoresca ha del fantastico e concerne macchine da immersione che, fortunatamente per i loro inventori, non furono mai messe alla prova. Salviamo da questa farragine questo nome: quello di William Phipps, di cui Marcel Schwob ha raccontato l’avventura nelle sue “Vite Immaginarie”. Questo figlio di calzolaio ripescò l’oro di un galeone incagliato al largo di Hispaniola (l’attuale Haiti). Il re lo fece Sir. Era ricco e governatore del Massachusetts. Perdette il posto e la fortuna. Morì in prigione a Londra, miserabile.
Contrariamente a ciò che alcuni storici hanno scritto, non sembra che Phipps sia ricorso ad una macchina di immersione di sua invenzione; probabile invece che, più semplicemente, egli si sia servito di tuffatori indigeni.
Il relitto che esplorò era del resto incagliato a poca profondità. Il caso di Halley è più interessante. Questo astronomo, attirato dal fondo dei mari, utilizzava la tradizionale campana da palombaro. La sua innovazione consistette in un dispositivo che permetteva di regolarne l’aria; immergeva a tal fine delle botti vuote su cui si erano innestati tubi che andavano a introdursi sotto la campana e aprendo il tappo di queste botti, la pressione dell’acqua scacciava l’aria fin nella campana. Halley fece anche di più: adattò al tuffatore un casco di legno collegato con un tubo al grande tino riempito d’aria. Era il primo abbozzo di uno scafandro.
A tutte queste varie attività sottomarine era mancata sino ad allora una base scientifica, di cui Archimede era stato, si può dire, l’unico a preoccuparsi. Ma con quello di Halley (1656-1742) giunsero i contributi di Torricelli (1608-1647), di Pascal (1623-1662) e di Denis Papin (1647-1714). A questi dati scientifici si ispirerà segnatamente l’opera del tedesco Klingert. Costui sperimentò con successo, il 23 giugno 1797, nell’Oder, uno scafandro a mantice. Perfezionò questo apparecchio, vi aggiunse un serbatoio dove l’aria era compressa dalla pressione stessa dell’acqua e che permetteva di regolare la profondità di immersione. Il principio dello scafandro moderno era trovato. I materiali però tradivano ancora le intenzioni degli inventori. Klingert per primo, ebbe l’idea di foggiare il suo casco in stagno, ma la tecnica della fabbricazione restava tuttavia molto primitiva.
Da secoli, gli sperimentatori maneggiavano delle conche che sott’acqua si rovesciavano, delle botti che scoppiavano e dei tubi di cuoio spalmati di cera che lasciavano sfuggire l’aria. Prima di sostituire questo materiale eteroclito bisognerà ancora attendere che l’industria fornisca il rame, l’acciaio e soprattutto la gomma.
| E’ l’ora di Augusto Siebe. Era nato in Sassonia nel 1788 e morì a Londra, ove si era stabilito, nel 1872.Nel 1819, Augusto Siebe fabbricò il suo primo scafandro: un piccolo casco metallico prolungato da una tunica chiusa alla vita; l’aria inviata da una pompa si scaricava dalla cintura. Nel 1837 realizzò un apparecchio, semplice e robusto, fondato sui principi ancora oggi universalmente in uso, comprendente un costume stagno e un elmo amovibile, munito di valvole d’immissione e di uscita dell’aria. Questo scafandro fu adottato non solo dalla Marina Inglese, ma anche da quella Francese, privilegio di cui la ditta Siebe, divenuta attualmente la Casa Siebe e Gorman, godette sino al 1857. Senza apportare sostanzialmente perfezionamenti decisivi, il francese Cabirol fece opera utile familiarizzando il grande pubblico con un congegno assolutamente nuovo per quei tempi. Meridionale, infaticabile sperimentatore, collezionista di ricompense e di medaglie, approfittò dell’esposizione di Parigi nel 1855 per effettuare immersioni nella Senna che attirarono la folla e a cui assistette il principe Napoleone, cugino dell’Imperatore. Non diminuiamo troppo i meriti di Cabirol: grazie a lui l’impiego dello scafandro si estendeva e un forzato di Tolone raggiungeva la profondità giudicata per allora considerevole di quaranta metri. L’ingegnere minerario Rouquayrol e il luogotenente di vascello Denayrouze idearono altri perfezionamenti, aggiungendo allo scafandro un regolatore di pressione e ponendo sul dorso del palombaro un serbatoio d’aria che gli consentiva una certa autonomia. |
L’uso dello scafandro si era rapidamente sviluppato, ed anche quello del <<cassone pneumatico>>; verso la fine del secolo XIX il mondo fu colto da una febbre di grandi opere e tra tanti monumenti pubblici che si edificavano, buon numero avevano le basi nell’acqua: banchine, ponti, fari. Per costruire queste fondazioni immerse, gli ingegneri impiantarono dei cassoni in cui l’aria compressa si opponeva all’entrata dell’acqua. Gli operai che vi lavoravano furono vittime di malesseri e di accidenti già osservati nei palombari: c’era un << male dei cassoni>>. Bends, lo chiamarono gli anglosassoni, cioè curvature. Il male, infatti, oltre a cagionare semplici pruriti, provocava pure dolori muscolari o articolari, tumefazioni,
disordini nervosi, paralisi. Alcune vittime rimangono inferme per sempre; si verificano anche morti fulminee, inspiegabili. I medici cercarono invano le cause di questi accidenti o le attribuirono al freddo e all’umidità.
| Il merito di aver dato una spiegazione scientifica a detti fenomeni spetta al fisiologo francese Paul Bert (1833-1886).Studiando la vita in atmosfera compressa e anche la vita in depressione, mostrò l’affinità del << male dei cassoni >> con il <<male degli aeronauti>>, poiché tra il 1870 e il 1900 l’uomo esplora ad un tempo l’aria e l’acqua: è non soltanto l’epoca delle immersioni, ma anche delle ascensioni in pallone. Paul Bert espose le sue scoperte su tale questione in due opere : ” Lezioni sulla fisiologia comparata della respirazione” (1870) e ” La pressione barometrica” (1878), mettendo in evidenza la parte avuta negli incidenti sopra descritti dall’azoto sciolto nei tessuti che, in ragione della sua inerzia, si libera solo lentamente alla decompressione, formando bolle che intralciano la circolazione sanguigna. |
Mal si comprende come lezioni tanto chiare ed essenziali siano state così lente a penetrare negli spiriti.<< Male dei cassoni >> e << male degli aeronauti >> continuano a mietere vittime , e ciò che più conta, tra gli scienziati. Il 15 aprile del 1875- cinque anni dopo la pubblicazione delle Lezioni di Paul Bert – tre aeronauti, Crocé Spinelli, Gaston Tissandier e Sivel, partiti per esplorare gli alti strati dell’atmosfera a bordo del pallone ” Lo Zenit “, raggiunsero in balzi successivi 8600 metri. Quando alla discesa Tissandier uscì da un profondo torpore, si accorse che i suoi due compagni erano morti. Paul Bert , si dice, aveva invano tentato di metterli in guardia contro i pericoli da cui erano minacciati.
Paul Bert era in rapporti con Siebe a Londra, dove le sue lezioni furono senza dubbio meglio ascoltate che in Francia poiché l’opera iniziata dal fisiologo francese fu seguita da J.B.S. Haldane e dai suoi collaboratori.
Questi studi condussero nel 1906 al metodo di << decompressione per quote>> e alla compilazione di una <<tabella di decompressione>>. Gli inglesi acquisirono così per parecchi anni un’incontestabile supremazia nel campo dell’immersione profonda.
Il palombaro, vincolato al tubo e alla corda, tuffatore al guinzaglio, non fa ancora figura di conquistatore. Un manuale dell’epoca, parlando della cura con cui con cui bisogna vigilare sulla sicurezza del palombaro, spiega che questa vigilanza deve eguagliare quella di una balia che segua con gli occhi un bambino nelle dande.
Il << bambino >> però conquisterà presto la libertà. Ed a questo si giungerà non tanto allo scopo di agevolare il lavoro umano sott’acqua, quanto per salvare vite umane: durante anni e anni tutti gli sforzi tenderanno a dotare il personale dei sommergibili di un mezzo di evasione, poiché disastri come quelli del Farfadet e del Lutin (sommergibili francesi affondati con tutto il loro equipaggio, di cui tratteremo un giorno), avevano commosso vivamente l’opinione pubblica.
Si è detto che Rouquayrol e Denayrouze avevano fatto dello scafandro di Siebe e Cabirol un congegno autonomo, sostituendo alla pompa un serbatoio d’aria compressa posto sul dorso del palombaro; ma avevano conservato l’elmo, il costume, le calzature di piombo.
Uno scafandro così difficile da indossare ed ingombrante era inadatto al salvataggio dei sommergibili. Dopo un certo periodo di brancolamento comparvero apparecchi più leggeri ma ancora imperfetti. Tale fu lo scafandro Boutan, adottato per un certo tempo dalla Marina francese.
Un progresso decisivo fu realizzato nel 1915 da Sir Robert Davis, con la creazione del << Submarine escape apparatus >> , un apparecchio di salvataggio subacqueo che non comporta costume né calzature piombate. Una bombola contenente ossigeno ad alta pressione lo eroga in un sacco a mezzo di un rubinetto aperto dal palombaro ; questi strige tra i denti un boccaglio per cui aspira il gas ed espelle l’aria viziata, la quale prima di ritornare al sacco , detto << falso polmone>>, viene epurata da una capsula assorbente.
Tuttavia questo progresso tecnico non apriva le porte del mondo sottomarino e rimaneva da superare una tappa in cui la psicologia aveva una parte non minore dell’industria. In effetti, grazie a Sir R. H. Davis, era sorto un nuovo tipo di tuffatore che non ricordava più affatto il palombaro di Siebe e di Cabirol; non era più un bambino nelle << dande >> che camminava sul fondo come sulle uova, ma un agile nuotatore muoventesi orizzontalmente tra le acque. La sua attività restava nonpertanto eccezionale , era considerata rischiosa. I sommergibilisti che utilizzavano questi apparecchi non pensavano certo ad esplorare il fondo del mare, in quanto il problema da risolvere era strettamente militare : si trattava di evacuare uno scafo immerso superando alla meglio uno spessore d’acqua più o meno alto. Le esperienze per la prova di tali congegni si svolgevano quasi sempre allo stesso modo: il sommergibile era adagiato su un fondale di una decina di metri, successivamente si apriva ai membri dell’equipaggio munito dell’apparecchio respiratorio una vasca da cui essi evadevano, sforzandosi di rallentare l’ascesa. In superficie un battello li raccoglieva.
Al comandante Le Prieur spetta il grande merito di aver pensato di invertire il senso del percorso, e di aver voluto discendere nel mare piuttosto che sottrarvisi in una breve fuga verso la superficie. Forse egli pose mente a quel tragitto dall’alto in basso perché non era un sommergibilista.
Incidente senza dubbio decisivo : fin dall’inizio della carriera dovette per necessità di servizio immergersi con lo scafandro : nel 1905 quando era allievo ufficiale a bordo del Dupetit Thouards nei mari della Cina , per visitare un relitto, e due anni più tardi , quando era imbarcato sul D’Entrecasteaux, per disincagliare un’elica. Fin da allora sognò un apparecchio semplice che consentisse di immergersi a piccole profondità.
Nel 1925 ideò un primo scafandro autonomo, perfezionato poi nel 1933, composto di una bombola d’aria compressa, di una maschera e di un riduttore. La provvista d’aria permetteva soste di una ventina di minuti a sette o otto metri, e di un quarto d’ora a quindici metri. L’innovazione di questo sistema era che al tuffatore non veniva più imposta una respirazione in circuito chiuso ; l’aria viziata non si epurava più a mezzo di un filtro malsicuro , come nel Boutan e nel Davis, ma si scaricava invece in acqua attraverso gli orli della maschera, eliminando così uno dei rischi dell’immersione, l’intossicazione con anidride carbonica. Altro vantaggio , l’apparecchio utilizzava aria compressa e non ossigeno, pericoloso a forti pressioni. Il tuffatore riceveva quest’aria mediante un riduttore, alla pressione stessa dell’acqua ambiente; però la riceveva continuamente, regolandone l’afflusso nella maschera con un rubinetto a punzone che veniva manovrato all’inizio dell’immersione; ne risultava evidentemente uno spreco e relativa abbreviazione della durata della sosta; la sicurezza però se ne trovava accresciuta.
Nel 1935, il comandante De Corlieu completava l’equipaggiamento creando le pinne di gomma adottate presentemente da tutti i cacciatori sottomarini e di cui i tuffatori non potrebbero più fare a meno. Fu dunque il comandante Le Prieur ad aprire quest’ultima tappa della conquista del mare. A lui dobbiamo la nostra felicità sottomarina. E’ lui che dopo un’eclissi di due millenni ha ritrovato il cammino delle profondità dove l’uomo può avventurarsi solo.
Un altro passo avanti fu compiuto nel 1943. Quell’anno due imprese provarono che lo scafandro autonomo non aveva ancora raggiunto né il limite dei suoi perfezionamenti né quello del suo impiego.
Nel luglio del 1943, Gerorges Comheines al largo di Marsiglia discendeva a – 53 mt. e risaliva in due minuti. Era equipaggiato con un congegno di sua invenzione, variante dell’apparecchio Le Prieur : due bombole d’acciaio contenenti aria compressa a duecento chili e assicurate con cinghie sul dorso , un riduttore ed una maschera fornita di valvola di evacuazione dell’aria viziata. La novità di tale congegno stava nel fatto che il riduttore , invece di fornire l’aria continuamente sin dall’apertura del rubinetto , la erogava solo ad ogni aspirazione; di qui una economia nel consumo ed una conseguente maggior durata dell’immersione.
Nell’ottobre di quello stesso anno , sempre davanti a Marsiglia, Frédéric Dumas raggiungeva i – 62 mt. e risaliva lui pure in due minuti. Lo scafandro utilizzato era una creazione del luogotenente di vascello Jacques-Yves Cousteau e dell’ingegner Gagnan, e presentava, in confronto ai congegni precedenti , una maggior robustezza e semplicità. Si componeva essenzialmente di un riduttore che liberava l’aria << a richiesta >> , qualunque fosse la posizione del tuffatore, e in luogo delle maschere comuni occhiali da cacciatore sottomarino, racchiudenti gli occhi e il naso. Il nuotatore stringeva tra i denti un boccaglio di gomma, da cui attraverso il riduttore affluiva l’aria delle bombole.
A cura di , Walter Cucchi, membro della Historical Diving Society Italia
